Anatomia di una colluttazione

“Anatomia di una colluttazione” racconta in dieci episodi tutte le fasi di una storia d’amore importante, sviscerandone i conflitti e i momenti di crescita.

Queste dieci canzoni racchiudono tutte le sfumature del mio modo di fare musica e di quello che sono come artista e come essere umano, è una vera e propria macchina del tempo per me. Ogni canzone mi riporta indietro per capirci qualcosa in più sul presente e guardare in maniera più consapevole al futuro. L’idea di una mescolanza tra vecchio e nuovo, tra passato e futuro è alla base del disco sia dal punto di vista concettuale che quello più strettamente legato alla scelta dei suoni.

La svolta più grande legata alla nascita di questo disco è decisamente la maniera in cui sono cresciuto dal punto di vista della scrittura. Ho cercato finalmente di dire le cose che volevo dire così com’erano, senza troppi artifici o fronzoli stilistici. Ho provato a sviluppare i pensieri in maniera più lineare, tagliando un sacco di rami secchi tra i concetti troppo complessi che invece avevano caratterizzato la mia scrittura negli anni passati.

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È l’inizio. Il primo contatto, i primi segnali, le paure che derivano dalla voglia di lasciarsi andare e concedersi un sentimento forte. C’è il timore di ammettere che si è di nuovo vulnerabili, di nuovo esposti per via di qualcosa di vero che sta nascendo ma c’è anche la voglia di iniziare mostrandosi per come si è. Senza filtri e senza riserve. Ed è quello che voglio fare io con questo disco. Per questi due motivi questa non poteva che essere la canzone numero uno.

Con “Casalingo” facciamo un tuffo improvviso in una vita matrimoniale iniziata da poco che riserva pian piano delle sorprese inaspettate. La storia d’amore ha raggiunto una sua stabilità ma si inizia a percepire un’insofferenza legata a delle aspettative che pian piano vengono disattese. Qui in particolare si parla di un uomo e una donna che dopo il matrimonio iniziano a conoscersi davvero. La soggettiva è quella dell’uomo che si ritrova a vivere da mammo casalingo nell’ombra di una donna in carriera, determinata e ambiziosa. Lui non riesce a trovare lavoro e finisce per occuparsi della casa e dei figli mentre lei vive la sua ascesa lavorativa come se fosse l’unica cosa ad importare davvero.
Si tratta di una situazione volutamente estremizzata, quasi caricaturale, intesa come spunto ironico per una riflessione sull’emancipazione e sulla moderna messa in discussione dei ruoli tradizionali uomo-donna marito-moglie.
La scelta del contrasto lessicale tra le parole “casalingo” e “vichingo” è dovuta all’idea di ironizzare sulla presunta sfortuna di un uomo che in fondo sperava di vivere una vita da padre padrone, una sorta di uomo alfa rimbecillito a cui tutto è dovuto e che invece si ritrova a cambiare pannolini e stirare grembiuli.

L’amore vero non ha bisogno di artifici. Possiamo sentirci veramente liberi di amare qualcuno soltanto nel momento in cui rischiamo tutto e ci mettiamo completamente in gioco, superando le paure e le paranoie di qualsiasi tipo. “Superpoteri” è una promessa d’amore eterno. L’amore raccontato in questa canzone è puro. Si fa pulizia di tutto il superfluo per arrivare all’essenza di un messaggio d’amore universale, e in questo senso con l’arrangiamento del pezzo si è voluto perseguire proprio questo tipo di ricerca dell’essenziale. “Superpoteri” racconta della voglia di seguire i propri sogni restando l’uno vicino all’altro, sempre. È una canzone che parla di sacrificio, di dedizione, di un legame che va oltre la vita e la morte e che resiste al tempo e allo spazio. Ed è soprattutto una riflessione sull’accettare le proprie imperfezioni facendone tesoro, imparando a chiedere aiuto e avendo sempre il coraggio di mostrarsi per ciò che si è, per quanto difettosi e insicuri. Accettare i propri limiti e far pace con la propria oscurità ci dà la chiave per viverci a pieno l’altro, lasciandoci finalmente andare ad un amore totalizzante, un amore in cui le differenze sono ricchezza e non condanna. Ancora una volta lo sguardo su sé stessi è estremamente importante per far funzionare le cose in due.

“Nomi cose città” racconta una storia d’amore e d’amicizia. Questi due valori sono radicati nelle vite dei protagonisti. La voglia di crescere insieme aiutandosi a migliorare, di condividere i momenti importanti, di attraversare insieme sia i sentieri impervi che i campi aperti che la vita offre diventano i pilastri su cui si edifica il mondo emotivo descritto in questa canzone. La malinconia è forte ma è presto addolcita dalla voglia di impegnarsi per l’altro. La paura del futuro fa capolino tra i ricordi ma è presto smorzata dalla certezza di non esser soli.
Tra le righe di “Nomi cose città” due bambini diventano grandi e scoprono l’amore accompagnandosi negli imprevisti della vita tenendosi per mano. Da adulti si guardano indietro, ripercorrono tutto ciò che è stato e lasciano che la gioia di essere ancora insieme renda tenera anche la nostalgia. Si aprono immagini forti davanti agli occhi e tornare indietro sembra un tuffo in un momento così reale da sembrare presente: le domande imbarazzanti scritte su un foglietto tra i banchi di scuola, un gelato mangiato insieme per provare a far colpo, una bugia smascherata, il flash di una fotografia scattata senza preavviso ad una festa, un diario segreto che custodisce segreti inenarrabili.

Da grandi e da piccoli le cose non cambiano, i pregi e i difetti di ognuno son sempre gli stessi e il gioco resta nel tempo un modo per tenersi stretti a un legame mai perso. Le cose cambiano ma nel cuore di ognuno restano scolpiti i nomi, le cose e le città di ogni altro.

“Grammatica drammatica” è una riflessione sull’incomunicabilità che può manifestarsi in una relazione. La paura di non capire a pieno l’altro e di non riuscire a farsi capire possono condizionare le cose che facciamo e che diciamo. Nonostante il sentimento predominante sia negativo, “Grammatica drammatica” propone tuttavia una risoluzione positiva al conflitto esistente: uno dei due farà un passo importante verso l’altro e ci si comprenderà senza dubbio. Come per magia un’incomprensione che sembrava insormontabile sembra sparire d’improvviso semplicemente volendo in due la stessa cosa. La chiave è nel volersi davvero capire, nel volersi davvero incontrare. L’approccio globalmente scherzoso (quasi tragicomico) è usato per conferire una grande dose di autoironia alla riflessione generale che viene fatta.
L’idea per “Lacuoratore” mi è venuta pensando ad un tipo di amore che oggi sembra esser quasi in via d’estinzione, qualcosa che ormai sembra appartenere a tempi lontani. Quell’amore fatto di sacrifici, di lontananze e speranze, di continui ostacoli da superare, di dedizione profonda. Un tempo quell’amore pieno di sforzi e di fatica riusciva a riempire anche le piccole cose di un valore talmente inestimabile che da solo aveva il potere di dare un senso alla vita. Ho pensato a questo amore forte come un atto di devozione, come quando ci si dedica completamente a qualcosa o a qualcuno, come quando si lavora con passione, e nonostante il sangue e il sudore le cose sembrano sempre belle perché a muoverle è qualcosa di puro e di vero. Sentivo il bisogno di fondere le parole “lavoro” e “cuore” per raccontare la quotidianità di qualcuno che lavora per il bene di chi ama, si impegna, assume e accetta responsabilità, corre rischi, scende a compromessi, decide di combattere per qualcosa in cui crede anche attraverso gesti piccoli apparentemente insignificanti.
Il viaggio può essere un’occasione necessaria spesso per provare a vedere le cose che ci fanno stare male da un altro punto di vista. Spesso si ha bisogno di allontanarsi dalla vita a cui siamo abituati per trovare delle risposte che proprio non riusciamo a darci da soli. Eppure si finisce col rendersi conto che non serve andare lontano per capire quali sono le cose che contano davvero. Basta cambiare anche di poco la nostra prospettiva per vedere quelle piccole cose importanti che sembrano sfuggire al nostro sguardo. Ce le abbiamo sotto gli occhi eppure continuiamo ad affannarci. “Soldato vagabondo” racconta di un momento di disorientamento e di crisi in cui allontanarsi aiuta a rimettere in ordine le proprie priorità provando a vedere davvero cose che fino a quel momento si era voluto ignorare. Per darsi la spinta giusta per crescere ed evolversi.
“Sola andata” racconta l’inizio della fine. La crisi è ormai maturata ed esplosa e sono in corso tutti quei tentativi disperati che di solito si attuano per abituarsi piano piano a stare bene da soli, da individui separati. Solitudine, mancanza, vendetta, rabbia e dolore vengono tritati insieme in uno stato di confusione dovuto al pochissimo tempo passato dall’effettiva rottura. Le cose vanno talmente male che fanno quasi ridere. Quando non si ha ancora lucidità e consapevolezza completa per capire cosa stia realmente accadendo spesso ci si ritrova a minimizzare o addirittura ridicolizzare quello che ci succede, forse per difendersi dall’affrontare l’inevitabile.
Con “Tua culpa” si tocca il fondo. Sopraggiunge la lucidità che serve per analizzare quello che è successo e si prova in tutti i modi a razionalizzare qualcosa che in realtà ha ben poco di razionale. La tentazione di cadere nel gioco delle colpe è grande e la sfida è proprio quella di riuscire a sopravvivere a un dolore così profondo da soli, con dignità e senza ricorrere a soluzioni dannose che peggiorano le cose. “Tua culpa” è una delle canzoni più importanti per me perché ritrae una parte di me inusuale e scomoda. Si potrebbe pensare si tratti di un inno alla rabbia, ma non è così, anzi. È la fotografia di un momento catartico di svolta. È un modo per affermare che sebbene la tentazione sia forte, durante un momento buio non serve a nulla accusarsi a vicenda; è invece più utile smettere di misurarsi sulla base di meriti e colpe e provare a guardare un po’ più lontano della propria tristezza, per crescere ed andare avanti. Il ribaltamento del celebre verso del Confiteor della tradizione cattolica è inteso per dar voce a due entità opposte e in conflitto di uno stesso caos interiore. L’occhio inquisitore del videoclip ufficiale dà vita proprio a questo tipo di dualismo. All’inizio sembra essere la fonte dell’accusa e poi si rivela essere ciò che la subisce, come a chiudere un cerchio percorso nell’arco della stessa crisi. “Tua culpa” per certi versi racchiude forse meglio di qualsiasi altro pezzo l’idea che è al centro dell’intero disco: se andiamo a fondo ad analizzare quello che ci è successo con qualcuno che abbiamo amato finiremo di sicuro a fare un’analisi importante su noi stessi.
Si esce da un grande dolore soltanto passandoci attraverso. E dopo che si è fuori ci si solleva oltre il rancore, oltre la rabbia, oltre le cose che ci hanno fatto stare male, oltre i torti e le ragioni per fare i conti con noi stessi e ripartire da ciò che conta davvero. Tornare a sentire e a riconoscere le nostre radici paradossalmente ci aiuta a far ricrescere le ali. Per fare pulizia del superfluo per guardarsi in uno specchio riconoscendosi davvero c’è bisogno di lavorare per esclusione arrivando a focalizzarsi su quelle poche cose e persone che fanno da pilastri alla nostra vita. “Le poesie sulla sedia” è tornare bambini, è il ritrovarsi in un nido, è un tuffo dentro l’universo dell’anima, è la promessa di ricostruirsi migliori, è la pace fatta con le proprie debolezze, è la dolcezza di una malinconia che finalmente ci aiuta a costruire il domani, nonostante ci sommerga.

Alla fine di una storia importante ci si rende conto che l’incontro-scontro con l’altro in realtà non può risolversi al meglio se non avviene il vero incontro-scontro con noi stessi. Questo disco ruota attorno a questo pensiero. Il dualismo perenne io e te / io e me stesso fa da sfondo alle riflessioni e alle storie raccontate in queste canzoni.Il titolo “Anatomia di una colluttazione” si riferisce all’analisi (a posteriori), allo studio attento di un incidente improvviso inaspettato prima con l’altro e poi con noi stessi.

Ogni canzone è una fase precisa di un percorso profondo che parte da un innamoramento quasi adolescenziale, passa per momenti prima di conflitto e incomprensione e poi di separazione e allontanamento, per arrivare finalmente a una fase finale di riflessione sul proprio io.

In questo senso l’ordine delle canzoni nella track list non è casuale.

Si parte con “Hai perso la testa per un pazzo” (1) che descrive la fase iniziale di una storia d’amore, continuando per gran parte del disco con canzoni che raccontano gli aspetti più disparati di una storia che va avanti nonostante le difficoltà. Si arriva poi alla traccia numero (7), “Soldato vagabondo”, che racconta di un momento di crisi che richiede un periodo di distacco utile a riacquistare la forza necessaria per tornare a nutrire con amore ed entusiasmo la propria storia. Con “Sola andata” (8) e “Tua culpa” (9) c’è la rottura definitiva e tutto ciò che ne consegue. “Le poesie sulla sedia” (10) chiude il disco giungendo finalmente a una riflessione su di sé. L’interlocutore non è più la persona amata ma il proprio io con cui c’è bisogno di fare i conti, una volta rimasti soli.

Cliccando su di un titolo accederai ad una introspezione sul brano.

CREDITS

Testi e musiche di Saverio D’Andrea

Produzione artistica: Valter Sacripanti

Preproduzione e arrangiamenti di: Valter Sacripanti, Lorenzo De Gennaro e Saverio D’Andrea

Saverio D’Andrea: voce, cori
Valter Sacripanti: batteria
Giuseppe Barbera: piano e tastiere (02) (03) (04) (08) (09)
David Pieralisi: chitarra acustica, chitarra elettrica, ukulele, chitarrino e dodici corde
Sandro Raffe Rosati: basso (02) (03) (04) (05) (08) (09)
Alberto Buffolano: basso (01) (06) (07) (10), preparazione tipografica e orchestrazione archi (02) (03) (04) (09)
Giuseppe Tortora e Mario Gentili (Layer Bows): archi (02) (03) (04) (09)

Roberto Mazzola, Marco Marotta, Federico Mastroianni: cori (02)
Simone Di Segni, Lorenzo De Gennaro: cori (02) (09)
Tommaso Leonetti, Giovanni Leonetti, Simone Vasaturo, Rosa Di Cecio, Sophia Boniello, Anna di Nuzzo: cori (04)
Amalia Marro, Francesca Albarella, Raffaella Romanucci e Mariachiara Romanucci: cori (06)

Chitarre e batterie registrate da Valter Sacripanti e David Pieralisi presso il suo home studio, Terni.

Piano e tastiere (02) (03) (04) (08) (09) e basso (02) (03) (04) (05) (08) (09) registrati da Valter Sacripanti presso Splash Studio di Valter Sacripanti, Amelia (TN)

Basso (01) (06) (07) (10) registrato da Alberto Buffolano e Lorenzo De Gennaro presso Sound Factory di Carlo Feola, Caserta.

Archi suonati e registrati dai Layer Bows (Mario Gentili e Giuseppe Tortora).

Cori (01) (06) (07) registrati da Saverio D’Andrea presso il suo home studio, San Nicola la Strada (CE).

Cori (01) (06) (07) (10) registrati da Michelangelo Bencivenga presso Le Nuvole Studio di Massimo De Vita, Cardito (NA).

Cori (02) (04) (09) registrati da Bartolomeo Giuliano presso Hopeland Studio di Bartolomeo Giuliano, Marcianise (CE).

Voci registrate da Stefano Quarta e Andrea Secchi presso i Forward Studios, Grottaferrata (Roma).

Mixato da Stefano Quarta presso i Forward Studios, Grottaferrata (Roma).

Masterizzato da Carmine Simeone presso i Forward Studios, Grottaferrata (Roma).

 

Foto: Tamara Casula
Artwork: Mirella Nania
Progetto grafico: Angelo Mazzeo

Pubblicazioni ed edizioni: Isola Tobia Label

Ringraziamenti

Dire grazie per me non è mai stato così importante. So che senza l’impegno, l’aiuto e il supporto di tutte le persone che mi son state accanto in questi anni di produzione questo disco non sarebbe mai nato. Mi sento spaventosamente fortunato e grato.

Grazie a Carlo Mercadante, Martina Angeletti, Leonardo Mercadante e tutti quelli che lavorano per Isola Tobia label. Con loro e grazie al loro lavoro il mio primo disco vede finalmente la luce e io non ho davvero parole per dir loro grazie. La determinazione e la grinta con cui fanno quello che fanno mi dà una forza incredibile.

Grazie a Valter Sacripanti. Avere uno come lui alla produzione artistica del mio disco è stata un’esperienza molto forte, è stato come essere tornato dietro i banchi di scuola. Valter è riuscito a tirar fuori il meglio di me, mi ha fatto riflettere su aspetti importantissimi del mio modo di fare musica, di scrivere e mi ha guidato verso una forma di espressione artistica quanto più sincera possibile, mettendo sempre a dura prova le mie certezze e stimolandomi a migliorare.

Grazie mille ai musicisti che hanno suonato in questo disco. Ognuno di loro ha aggiunto un pezzo prezioso a questo puzzle. Li ringrazio tutti per la grande umiltà, saggezza e amor di verità con cui hanno lavorato alle mie canzoni. Grazie di cuore a Giuseppe Barbera per i consigli che mi ha dato e per l’entusiasmo per questo mestiere che mi ha trasmesso. Grazie a Sandro Raffe Rosati e David Pieralisi per la dedizione, la sincerità e la completa disponibilità. Grazie in particolare alla famiglia di David, per l’ospitalità e il calore. Grazie a Mario Gentili e Giuseppe Tortora per il loro lavoro così puntuale e appassionato. Grazie di cuore ad Alberto Buffolano, amico e collega, per la sua pazienza, le sue dritte, la precisione chirurgica con cui scrive e suona e per la sua grande attenzione che ha sempre rivolto alla mia musica.

Grazie a tutte le persone che hanno lavorato al mio disco ai Forward Studios. Grazie di cuore a Massimo Scarparo, Stefano Quarta, Andrea Secchi, Carmine Simeone per la loro disponibilità, la professionalità e il rispetto.

Grazie a Davide Piludu Verdigris per esser stato un grande vocal coach per me, per la sua amicizia e il suo grande cuore.

Grazie ad Andrea Rodini per le rime, gli esercizi, le armonizzazioni, tutte le idee che ci siamo scambiati, i confronti costruttivi, e per la sua grande fiducia in me.

Grazie a Bartolomeo Giuliano per le chiacchierate illuminanti durante le sessioni di registrazioni e le finestre che ha aperto nella mia testa.

Grazie a Carlo Feola per averci fatto sentire a casa nel suo studio.

Un grazie speciale va a Lorenzo De Gennaro per esserci stato sempre ed esser stato più di un braccio destro in questi anni. Grazie per le chiamate d’emergenza, i consigli spassionati, le discussioni infinite, i colpi di genio, le bozze, le prove, la capacità di decodificare i miei pensieri e tradurli in musica, la calma che mi è sempre riuscito a dare, la purezza della sua amicizia e l’affetto con cui mi ha sempre suggerito quello che poi ho trovato giusto fare.

Grazie a Marco Motta, Giorgio Leone e Andrea Di Renzi per aver scelto di essere al mio fianco sul palco per condividere finalmente queste canzoni con tutti.

E grazie a Dario Amoroso, Orlando Brancaccio, Alfredo Savarese, Vittorio Sbordone, Pierpaolo Fucile, Vittorio Copioso, Armando De Angelis, per aver suonato per me e per aver condiviso con me così tanti momenti importanti quando queste canzoni stavano nascendo.

Grazie a Francesca Albarella, Amalia Marro, Raffaella e Mariachiara Romanucci per le loro voci sulle mie canzoni in salotto.

Grazie a Marco Marotta e Maria Barecchia per aver gestito il coro di bambini su “Nomi cose città” e grazie a Simone, Tommaso, Giovanni, Rosa, Sophia, Anna e le loro famiglie per la gioia con cui hanno collaborato con me.

Grazie all’Associazione Idea22, il gruppo scout San Nicola la Strada 1, il Club 33 giri, l’Ass. RAIN arcigay Caserta onlus per il grande supporto alla mia musica.

Grazie a Daniela Giaquinto per il suo impeccabile lavoro da truccatrice e la sua determinazione nel sostenere il mio progetto.

Grazie ad Enrico Pascarella, Lorenzo Cascone e Luigi Reccia per le loro foto meravigliose.

Grazie infinite a tutte le persone che hanno lavorato alla promozione dei singoli di “Nomi cose città” e “Tua culpa” e alla realizzazione dei loro videoclip e dei video delle “canzoni in salotto”. Grazie ai videomakers, trucco, parrucco, scenografi, costumisti, direttori della fotografia, alle radio, gli uffici stampa e ai giornalisti. In particolar modo grazie a Giulio Caputo, Alessandro Rauccio, Mariarosaria Piscitelli, Samantha Suriani, Beatrice Velardi, Valentina Sanseverino, lo staff dello Spazio X di Caserta.

Grazie a Giovanni Pota per la sua arte e lo scambio continuo di pensieri e suggestioni.

Grazie a Roberta Cacciapuoti per le riflessioni importanti fatte insieme.

Grazie a Lorenzo Goccia per tutte le volte che mi ha detto la verità anche quando (soprattutto quando) mi volevo sentir dire tutt’altro, per tutti i brainstorming, per esser stato di grande ispirazione in momenti di perplessità, per aver seguito tutte le fasi di produzione di questo disco dicendomi sempre la sua ogni volta che avevo bisogno del suo parere. Per esser stato molto spesso un grande faro senza saperlo.

Grazie a Simone Di Segni, per tutto quello che ha fatto per il mio progetto artistico in un periodo fondamentale della produzione del disco. Per i chilometri, i primi ascolti, le foto, le liste dei pro e dei contro, il falò di maschere, le epifanie e tutte le volte che non mi ha fatto sentire solo in questa esperienza così importante per me.

Grazie ai miei alunni per tutte le volte che mi accolgono in classe cantando le mie canzoni e per la gioia con cui fanno sempre il tifo per me.

Grazie a mamma e a papà, a mia sorella Consuelo, ai miei cugini, ai miei zii e a tutta la mia famiglia per il supporto e il sopporto. Grazie a tutte quelle persone che, in questi anni, hanno creduto in me più di quanto, a volte, non sono riuscito a fare io e che hanno aspettato questo momento per anni, insieme a me. Grazie a Michelangela, che ha acceso la miccia. Grazie per tutto il loro amore a Pasquale, Magda, Francesco, Flavia, Clea, Roberto, Carla, Marco, Fabiana, Marialaura, Paola, Davide, Maddalena, Domenico, Lorena, Angela, Emiliana, Gianni, Emanuela, Roberta, Mariangela, Flora, Cecilia, Daniela, Bianca, Giovanna, Rosa, Adriano.

Grazie a zio Vincenzo per avermi convinto a lasciare uscire le mie canzoni dalle mura della mia stanzetta, quando ero appena un ragazzino. Grazie a mio nipote Flavio per aver fatto delle mie canzoni il ritmo della sua infanzia. Grazie a Silvia.

Grazie a tutta quella tempesta dentro la mia quiete.

Grazie a tutti i nomi, tutte le cose, le città, le poesie, le canzoni, le pagine di diario, i viaggi, i compleanni, i sogni, le liste di cose da fare, i chili, le scadenze, i risparmi, i momenti di crollo, i ripensamenti, i traslochi, gli appunti sugli scontrini, le brutte figure, i tentativi, i dubbi, i tuffi a occhi chiusi, la curiosità, gli auto-sabotaggi, le medicine, le dichiarazioni d’amore, gli errori, i giochi, le telefonate importanti, gli esami, le corse, l’insonnia, i cambiamenti drastici e tutti i pezzi di vita che mi sono rimasti nel cuore edificando quelle motivazioni forti dietro le scelte dell’uomo che sono oggi.

Grazie a te che stai leggendo e che hai deciso di aprire la porta a queste canzoni.

Grazie.

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